Giorno del ricordo – Esodo giuliano-dalmata By Angelica Gardini

 

 

 

 

 

 

 

Nel febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale, l’Istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia. Nelle regioni del Nord-Est inizia il calvario delle genti dalmate, della Venezia Giulia e di Trieste, designata Territorio Libero e consegnata alla pace divisa in due – Zona A e Zona B – e amministrata da una parte da un Governo militare alleato e dell’altra dalla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare.

La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano, stuprano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano ‘nemici del popolo’. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani, a cadere dentro le foibe ci sono fascisti (e presunti tali perché non comunisti), cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti.

La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà per chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS. La vicinanza ideologica con Tito è, del resto, la ragione per cui il PCI non affronta (ancora ad oggi) il dramma degli infoibati.
La persecuzione prosegue anche oltre quando venne fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.

Le città dell’Istria, Pola prima fra tutte, svuotate dall’esodo, e la linea di vernice bianca che divideva territori e famiglie segnarono il destino di tanti italiani.

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